Interpellanza Di Marco su centri vaccinali: "Accesso diseguale nella provincia pescarese"
30 aprile 2026 - 12:39
(ACRA) - “Nella provincia di Pescara il diritto alla prevenzione non è garantito in modo uniforme: nei Comuni periferici i centri vaccinali aprono pochi giorni al mese, mentre nelle aree più popolose il servizio è continuo e strutturato. È questa la criticità che emerge dai dati forniti dalla Asl e ho portato all’attenzione della Giunta con un’interpellanza urgente”, così riferisce in una nota, il consigliere regionale Antonio Di Marco (PD). “Non è un tema organizzativo marginale, ma una questione di equità nell’accesso alla sanità pubblica - dichiara - . La provincia conta 46 comuni e oltre 200mila abitanti. I centri vaccinali sono presenti, ma distribuiti in modo disomogeneo: nei centri principali funzionano con orari settimanali regolari e personale adeguato. Nei comuni più distanti, invece, l’attività è ridotta a pochi giorni, talvolta a settimane alterne, in alcuni si vaccina solo due lunedì al mese. Questo significa che chi vive nelle aree interne è costretto a spostarsi per chilometri o ad attendere settimane per un servizio essenziale. Questa non è una semplice inefficienza: è una disuguaglianza strutturale”. “Il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2023-2025, recepito dalla Regione Abruzzo nel luglio 2024, stabilisce principi chiari: ampliamento delle coperture, accesso equo, offerta attiva e gratuita. Ma tra gli obiettivi dichiarati e la realtà dei territori c’è una distanza evidente, che penalizza soprattutto chi vive lontano dai centri urbani. Con l’interpellanza chiedo risposte puntuali su quattro aspetti – sottolinea il consigliere - dati aggiornati su domanda, offerta e tempi di attesa nei diversi territori; criteri di distribuzione del personale e definizione degli orari nelle sedi periferiche; strumenti di monitoraggio dell’efficienza del servizio; stato di integrazione tra Anagrafe Vaccinale Regionale, medici di medicina generale, pediatri e farmacie”. “Non si tratta di richieste straordinarie, ma di condizioni minime per garantire un servizio equo. Serve un piano di riequilibrio. Perché il diritto alla prevenzione non può dipendere dal luogo in cui si vive” conclude. (com/red)