Di Marco su gestione emergenza rimpatri causa Guerra in Medio-Oriente
09 marzo 2026 - 13:08

(ACRA) - "La gestione di un’emergenza straordinaria internazionale richiede capacità e tempestività decisionale e interventistica, lucidità, immediata disponibilità di risorse e potere organizzativo. Non è possibile né pensabile chiedere autogestione a 20mila italiani – che salgono a 100mila tra residenti, turisti, studenti e lavoratori -, tra cui centinaia di abruzzesi rimasti bloccati dalla guerra in Medio-Oriente". E' quanto scrive in una nota il consigliere regionale PD, Antonio Di Marco, e aggiunge: "Cancellati i voli già programmati per il rientro, trovatevi da soli nuovi collegamenti, trovatevi anche l’aeroporto da cui partire, pagatevi da soli i nuovi biglietti di viaggio, con cifre oscillanti tra i 1.500 euro e i 4.000mila euro a passeggero, e pagatevi da soli anche i pernotti aggiuntivi negli alberghi, con la promessa vaga di un possibile rimborso da chiedere con carte, documenti, moduli burocratici, al rientro. E migliaia sono ancora gli italiani che comunque sono bloccati tra Dubai, gli Emirati, Doha. L’emergenza ha reso evidente l’impreparazione di un Ministero degli Esteri che, nonostante le avvisaglie e le prime scaramucce, non ha saputo adottare una idonea politica di prevenzione, a differenza di altri paesi europei che giorni prima dell’inizio degli attacchi missilistici avevano già lanciato gli appelli e la richiesta di rientro dei propri connazionali, come Francia, Germania o Spagna, chiudendo anche le Ambasciate e riportando a casa i dipendenti. L’Italia non ha organizzato alcunchè: nessun ponte aereo strutturato, nessun piano immediato di evacuazione su larga scala, appena 500 i cittadini riportati a casa con voli speciali, 300 da Mascate a Roma, 200 da Abu Dhabi a Milano, affidandosi per il resto a voli commerciali. Dal Governo nessuna copertura economica dei voli d’emergenza: dalle testimonianze raccolte tra i passeggeri, i charter organizzati con il supporto della Farnesina non sono stati gratuiti, ma hanno avuto il costo di 1.500 euro a persona, con una manovra simil-speculativa che ha fatto salire fino a 4mila euro il prezzo di un biglietto sui voli organizzati dalle compagnie private, con il pretesto di un incremento dei costi delle assicurazioni. Zero assistenza per i 3mila turisti bloccati alle Maldive e i 6.500 negli Emirati, che si sono dovuti accontentare delle parole di conforto del Ministro Tajani, per poi organizzare autonomamente il proprio rientro". "Dunque il rimpatrio in emergenza - continua Di Marco - non è stato coperto dallo Stato e famiglie e turisti hanno dovuto anticipare cifre elevate per uscire da un’area di guerra. E chi non ha risorse personali ha addirittura avviato raccolte fondi sulle piattaforme on line per cercare di racimolare le somme necessarie per tornare a casa Vacanze forzose salate anche per chi non ha trovato un nuovo volo, o non se lo è potuto permettere ed è stato costretto ad allungare il soggiorno in albergo, pagando sempre di tasca propria le camere visto che con voli cancellati e aeroporti chiusi le assicurazioni di viaggio non coprono voli sostitutivi o i soggiorni in hotel in caso di “no fly zone” per cause di guerra. Infine i buchi nella comunicazione lamentati da viaggiatori e operatori turistici: informazioni frammentate su voli e rimpatri, liste d’attesa gestite dalle ambasciate, difficoltà nel sapere quando e come partire. Una criticità tipica delle crisi consolari quando non esiste un registro preciso degli italiani presenti nel Paese e i contatti avvengono solo tramite il portale 'Dove siamo nel mondo'". Il Consigliere continua: "Voglio porre delle domande per capire come, chi e perché sono state fatte scelte di grande discutibilità nella gestione dell’emergenza: 1. La prima, la più difficile: perché migliaia di italiani bloccati in Medio Oriente hanno dovuto pagare fino a 1500 euro o più per un volo di rimpatrio, mentre in altri Paesi europei le evacuazioni sono state in gran parte organizzate o sostenute dallo Stato? La Francia ha organizzato corridoi terrestri e voli statali con una strategia di evacuazione centralizzata, dispiegando il proprio personale consolare ai confini per supportare i propri cittadini; la Germania ha organizzato charter programmati con compagnie nazionali come Lufthansa e voli da hub relativamente sicuri come Riyadh e Muscat; la Spagna ha garantito evacuazioni rapide affidandosi al Meccanismo Europeo di Protezione civile. In tutti i casi perché un italiano ha dovuto pagare fino a 1500 euro per essere evacuato da una zona di guerra mentre cittadini di altri Paesi europei sono stati rimpatriati con costi minimi o coperti interamente dallo Stato? 2. Perché l’Italia ha organizzato solo pochi voli charter, quando il numero di italiani presenti nella regione già censiti erano almeno 70-100mila tra cui 20mila turisti? 3. Perché la Farnesina non ha attivato un ponte aereo strutturato con mezzi militari o con un numero molto più alto di charter, come fatto da altri Paesi europei? 4. È vero che molti cittadini italiani sono stati invitati a raggiungere autonomamente altri Paesi via terra per poter accedere ai voli di rimpatrio? Chi si assume la responsabilità dei rischi e dei costi di questi spostamenti? 5. Per quale motivo il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale non ha previsto alcuna copertura per le spese alberghiere aggiuntive sostenute dagli italiani bloccati per giorni o settimane? 6. Quanti italiani e quanti abruzzesi risultano ancora bloccati nella regione e quanti posti complessivi sui voli organizzati dallo Stato sono stati messi a disposizione? 7. Quali sono stati i criteri di priorità per l’assegnazione dei posti sui voli di rientro? 8. Quanto è costata allo Stato italiano l’operazione di rimpatrio finora visto che la maggior parte dei costi sembra essere stata scaricata sui cittadini? 9. Dopo questa crisi, il governo intende creare un fondo di emergenza per rimpatri gratuiti o agevolati per gli italiani bloccati in zone di guerra? 10. Capitolo comunicazione: molti italiani hanno segnalato una difficoltà concreta e continuativa a contattare ambasciate e consolati con l’unità di crisi che è stata sommersa da telefonate. Risulta che all’emergenza la Farnesina ha risposto attivando una task force con circa 50 persone e ampliando le linee telefoniche. Ma pare evidente che la struttura consolare non era dimensionata per l’emergenza, ricevendo oltre 8.000 chiamate in un giorno, fino a 350 chiamate all’ora". "Com’è possibile che nonostante ci fossero tutti i segnali circa gli accadimenti in Medio-Oriente, tanto da spingere gli altri Paesi europei a invitare i propri connazonali a lasciare l’area prima dell’escalation, il sistema italiano non fosse preparato a una crisi di questa scala? Sono convinto che le risposte a tali quesiti siano necessarie oltre che dovute, anche per capire quali siano le possibili forme risarcitorie per tutti i cittadini che sono comunque e a vario titolo vittime di una guerra di cui allo stato attuale non conosciamo gli esiti", conclude Antonio Di Marco. (com/red)